Ne "La chiara selva"

Ques’oggi vorrei rubarVi un po’ di tempo - non molto a dire il vero, il più vorrei che lo utilizzaste esercitando il senso privilegiato della vista per i quadri di Diatto anziché l’udito per ascoltare il sottoscritto - per parlare di viaggi, boschi e visioni. Ora, direte Voi, cosa centrano i viaggi con una mostra di pittura. Il fatto è che un tempo i viaggi erano assai meno frequenti di oggi e rivestivano nell’esistenza degli individui un significato particolare. Prima del Gran Tour di Goethe, prima dei viaggi in lungo e in largo per l’Europa della buona borghesia ottocentesca, prima della scoperta di Parigi e della Costa Azzurra da parte degli intellettuali americani negli anni ‘20, prima insomma che il viaggio diventasse un’esperienza quasi “quotidiana” e di massa trasformando tutti in turisti, il viaggio era un’esperienza travolgente per gli individui che lo compivano, il viaggio era sempre, soprattutto, un’esperienza esistenziale. Nel senso etimologico del termine “esistenziale”, ovvero che ne andava dell’esistenza di ognuno e quando si tornava da un viaggio, se si tornava si era spesso - sempre ? - individui diversi da ciò che si era quando si era partiti.
I viaggi dei pellegrinaggi medievali per esempio, che solitamente si svolgevano a piedi, raramente a dorso di asino o a cavallo, nacquero con finalità taumaturgiche, ci si recava verso luoghi meravigliosi e magici, in qualche modo, “sacri”, alla ricerca del miracolo della guarigione, guarigione che spesso però avveniva già lungo il percorso per il fatto stesso di aver intrapreso il viaggio. Già, perché tutti gli sforzi creativi sono terapeutici. È curativo viaggiare (il turista parte per tornare, il viaggiatore per andare e conoscere o, spesso, come dicevamo, per guarire), è curativo leggere, scrivere, è curativo dipingere, è curativo dare un nome alle cose, trovare le parole giuste per esprimersi e comunicare.
Se poi il viaggio - reale o metaforico - ha come elemento di relazione il bosco - ha a che fare con il bosco - ecco allora che la riflessione si arricchisce. Il bosco è il luogo, per eccellenza, dove ci si può ritrovare oppure perdere. Il bosco, la selva, è il luogo in cui si può “smarrire la retta via”, ma spesso è anche il luogo in cui si può trovare la propria via. Il bosco è il luogo nel quale troviamo quelli che il filosofo Martin Heidegger chiamava gli “holzwege”, “i sentieri interrotti”, stradine che nel bosco cominciano e finiscono, che nel bosco ci fanno entrare e uscire e che dobbiamo percorrere, sintanto che nel bosco siamo. Il bosco è la vita e gli holzwege sono la nostra ricerca di un senso della vita. “Solo quando ci siamo perduti, solo quando abbiamo perduto il mondo cominciamo a trovare noi stessi e a capire dove siamo e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni”. Così dice - così diceva - Henry David Thoreau (“Walden - Vita nel bosco” 1854). Il bosco dunque come metafora - artistica ed esistenziale - nel quale perdersi per ritrovarsi, nel quale camminare per esplicitare quel “solvitor ambulando” (camminando si risolve) che tanti artisti praticarono (dallo stesso Thoreau, a Diderot, da Chatwin a Nietzsche a Kapuscinski per citarne soltanto alcuni).
Ed il bosco è per un artista come Diatto un “simbolo principe”, il simbolo principe ed è lì che troviamo riassunta tutta la sua poetica. È nel bosco, nella trama degli alberi, che troviamo il senso e le ragioni della ricerca, il metodo di Diatto. Un bosco è fitto, intricato, e può essere, secondo i casi, accogliente o pauroso. Nel bosco gli alberi nascono, crescono, muoiono, i rami si intrecciano e vanno a comporre un unico, vasto disegno. Un bosco è un testo. Del resto, l’etimologia del termine “testo” richiama il verbo latino “téxere” che significa “intrecciare”, e da qui “textus” che vuol dire “tessuto”. Un testo/bosco come un insieme di fili, di trame pittoriche e fili linguistici che ci aiutano a “mantenere il filo del discorso”.
Ed è nel bosco/testo che Diatto pone l’omino che dipana costantemente un filo rosso o che regge, con un filo, la luna e le stelle. E’ nel bosco “simbolo principe” che l’omino, come un eroe di Omero, ci racconta l’essenza stessa della Natura, ultimo difensore di un sogno salvifico che vede l’uomo riscoprire in essa il suo posto. Sono i boschi blu, sono i boschi intricati eppure chiari nei quali l’omino cerca di conciliare spirito e materia, ricerca individuale e valori condivisi, perché il bosco è un testo dove cercare significati, il testo è un bosco dove trovare valori. Il bosco è, in questi lavori di Diatto, l’essenza stessa della Natura. Quel bosco, quell’omino nel bosco, ci dice che siamo indissolubilmente legati allo stesso destino (ecco ancora il tema del filo, “il filo del discorso”), che ci salveremo o periremo insieme. Ed è lì, tra quegli alberi secolari scolpiti e tracciati sulla carta, tra quelle forme e figure tracciate dalla mano di Diatto - una mano esperta, che agisce con metodo - che scorgiamo il passo e la cifra dell’artista, la ragione per la quale i suoi boschi ci conquistano ed ammaliano. L’occhio di Diatto possiede l’abilità rara di lasciarsi sorprendere da cose in apparenza laterali, marginali, altre. Con l’occhio di chi vede ma, soprattutto, osserva, (che del vedere è particolare declinazione) Diatto coglie nel suo bosco - nel suo viaggio d’artista che si appresta a diventare il nostro bosco e il nostro viaggio di fruitori e spettatori - quelle cose non viste direttamente ma sfuggenti, quelle cose che appaiono per un attimo appena e che soltanto coglie chi sa coniugare l’osservazione ravvicinata e lo sguardo profondo. Quelle cose colte lì per lì da uno sguardo schivo eppure attento, sognante eppur profondo e che legano in modo indissolubile percezione e linguaggio artistico. Il linguaggio, il metodo e la tecnica di Diatto sono l’esatta - imprescindibile ? - traduzione di un certo tipo di percezione. Infatti senza l’estrema attenzione per il dettaglio il bosco sembrerebbe un insieme di elementi senza alcun senso, del bosco non si coglierebbe la vita, poiché sono il dettaglio e la visione a rendere i boschi di Diatto così particolari e affascinanti, così “veri” nella loro finzione d’artista.
L’intrico dei rami e le forme sinuose sono il necessario corollario perché una luce compaia in alto tra i rami, perché nel bosco anzi, nella chiara selva, si presenti un varco, una possibilità, uno strappo nella trama del possibile ed in quel varco ognuno di noi possa scorgere il senso e il percorso della propria esistenza, la strada o il sentiero per compiere sino in fondo il proprio viaggio che lo conduce nel bosco della vita.

Carlo Turco, 2012

 

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