Custodi del Bosco

La farfalla, gli amanti, il cesto di frutta, sono segni, forme di un discorso. La stella, la luna, l’omino, sono segni, simboli di un discorso. Forme e simboli che vanno a comporre un lungo racconto, un racconto lungo una vita.

Un unico racconto, un unico testo con infinite varianti che Diatto ha realizzato nel tempo, con caparbietà, con metodo potremmo dire. E di metodo Diatto ne ha sempre avuto. Di metodo, probabilmente, è sempre vissuto. Intendo per metodo la posizione di un problema, le modalità di indagine, la via percorsa per la ricerca. Dietro l’apparente diversità c’è un asse portante del pensiero di Diatto cui egli non pare aver mai rinunciato. E non sono soltanto i colori. Sì, certo loro sono importanti, di primo acchito per un pittore verrebbe da dire: sono tutto. Ma per Diatto non è così, non è soltanto così. In Diatto l’elemento della ricerca, della strada da trovare (torneremo ancora sul tema della strada e del sentiero, così importante nell’opera di Diatto) pare essere prevalente. E’ una ricerca che prevale sul ricercato, come se nelle forme e nei simboli, nei colori, Diatto cercasse altro. La pittura di Diatto - e già il termine, pittura, è decettivo, che solo quella non è - è evidente, ci cattura al di là delle considerazioni estetiche. Che non sono irrilevanti, beninteso, ma non sono bastevoli. Quello che ci cattura, è il metodo, e ciò che insieme al metodo, attraverso il metodo, cogliamo.

Le forme dicevamo: la farfalla, la mano fertile, il cesto di frutta piuttosto che gli amanti sono, per Diatto, “contenitori aulici” del racconto sempre uguale e sempre diverso che essi contengono. L’omino, l’albero, la luna sono simboli, attori di una commedia umana che “si ripetono come un mantra” in una narrazione ogni volta nuova. Ma è nel bosco, che Diatto definisce “il simbolo principe”, che troviamo riassunta tutta la sua poetica. E’ nel bosco, nella trama degli alberi, che troviamo il senso e le ragioni della ricerca, il metodo. Un bosco è fitto, intricato, e può essere, secondo i casi, accogliente o pauroso. Nel bosco gli alberi nascono, crescono, muoiono, i rami si intrecciano e vanno a comporre un unico, vasto disegno. Un bosco è un testo. Del resto, l’etimologia del termine “testo” richiama il verbo latino “téxere” che significa “intrecciare”, e da qui “textus” che vuol dire “tessuto”. Un testo/bosco come un insieme di fili, di trame pittoriche e fili linguistici che ci aiutano a “mantenere il filo del discorso”. Ed è nel bosco/testo che Diatto pone l’omino che dipana costantemente un filo rosso o che regge, con un filo, la luna e le stelle. E’ nel bosco “simbolo principe” che l’omino, come un eroe di Omero, ci racconta l’essenza stessa della Natura, ultimo difensore di un sogno salvifico che vede l’uomo riscoprire in essa il suo posto. Ma, la Natura di cui parla Diatto non è certo quella fintamente imperante in un certo tipo di comunicazione, in cui tutto è diventato “eco” : ecocompatibile, ecoambientale, ecoturistico, dove anche la spazzatura è stata trasformata in “ecoballe”. La Natura di Diatto non è una Natura di comodo, alla moda, no. Il suo omino nel bosco indica al contrario la dimensione materiale dell’esperienza naturale, indica l’esperienza di un singolo che si trasforma in processo collettivo. Nel bosco l’omino cerca di conciliare spirito e materia, ricerca individuale e valori condivisi, perché il bosco è un testo dove cercare significati, il testo è un bosco dove trovare valori. Il bosco è, in questi lavori di Diatto, l’essenza stessa della Natura che noi stiamo deliberatamente violentando. Quel bosco, quell’omino nel bosco, ci dice che siamo indissolubilmente legati allo stesso destino (ecco ancora il tema del filo, “il filo del discorso”), che ci salveremo o periremo insieme.

In quel bosco dunque, ci si può ritrovare oppure perdere. Perché è nel bosco che ci sono quelli che Martin Heidegger chiamava gli “holzwege”, “i sentieri interrotti”, stradine che nel bosco cominciano e finiscono, che nel bosco ci fanno entrare e uscire e che dobbiamo percorrere, sintanto che nel bosco siamo. Il bosco è la vita e gli hozwege sono la nostra ricerca di un senso della vita. Gli holzwege sono i sentieri della nostra anima, sono il dubbio e la fede, la paura e la gioia, la ragione e l’istinto. Gli holzwege di Diatto sono la ricerca, una ricerca individuale, è evidente, perché l’omino di Diatto è solo e ciascuno deve fare il proprio cammino, ma non per questo essa è una ricerca solitaria. L’omino entra nel bosco, si addentra e cammina, di un cammino che talvolta è un perdersi. Ma, se cammineremo in linea retta ricorda Cartesio “da questo bosco potremo uscire”. E se per farlo, per uscire dal fitto del bosco, avremo bisogno di guide e custodi guardiamoci bene attorno, guardiamoci dentro. Perché se la consapevolezza, la consapevolezza su quale sentiero imboccare, nasce da un’indagine personale, allora preziose sono ancora le parole di Platone che a chi chiedeva chi custodiva i Custodi rispondeva: “essi stessi, poiché prima di custodire gli altri bisogna imparare a custodire se stessi”.

Carlo Turco, 2012

 

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