Un allegro andante, un’armonia avvolgente e festosa: tradurre l’arte di Claudio Diatto in musica non è difficile, anzi, si rivela quasi una necessità. La sua melodia pittorica invita spontaneamente l’immaginazione a prendere il largo, navigando sull’onda di un’emozione magistralmente controllata. I colori e le linee, proprio come le note sul rigo musicale, ubbidiscono allo slancio dell’ispirazione filtrato da una regola interiore, da un progetto ben ponderato che nulla toglie alla freschezza dell’intuizione originaria.L’universo onirico e giocoso accoglie lo sguardo dello spettatore scegliendo un alfabeto su misura di cuori che toccano le stelle, di navi fra le nuvole, di omini che si librano in volo a cogliere un fiore o a rubare la luna. Un repertorio poetico che rifugge però dal pericolo di un fin troppo scontato girovagare della fantasia fra accattivanti proiezioni della mente, per ritornare invece sulla terra, dando voce ai desideri del mondo. Seguendo questa inclinazione l’artista percorre un tratto di strada con Folon, avvicinandosi alla sua levità, con cui spartisce in maniera inconsueta l’immediatezza istintiva, sublimando e distillando il palpito della tensione esistenziale. Affascinato dalla natura e dalla vita a suo stretto contatto, instancabile sportivo, nel percorrere i sentieri delle sue Langhe Diatto non vuole raccontare la fatica del cammino bensì la bellezza dell’essere arrivati, la gioia dolce che rinfranca il cuore quando lo sguardo raggiunge la vetta e si spalanca su lievi pendii e vigneti a perdifiato.

Una vivacità contagiosa benché composta ed una musicalità ritmata accendono il motivo conduttore dei recenti lavori del ciclo Le mani fertili. Qui, attraverso la tecnica delle carte intagliate, nel gioco dei pieni e dei vuoti viene introdotto un nuovo elemento di dinamismo compositivo, avvalorato dall’accurata partitura delle scansioni cromatiche e formali. Una progettazione calibrata degli spazi, coniugata alla precisa manualità, attribuisce così all’opera una valenza rinnovata, che muove dagli esiti felici delle trame di carta elaborate da un estro incline alla sperimentazione.E’ una mano feconda innanzitutto quella dell’artista, che lavora meticolosamente per liberare dalla superficie il movimento delle delicate figure a rilievo. E’ una mano feconda anche l’intelaiatura disegnata e intagliata, che parla d’amore, racchiudendo volti di innamorati e sinfonie di farfalle, occhi grandi e sorrisi aperti, ricamando un inno alla vita e ai suoi sentimenti più puri. A livello formale le sagome tendono alla stilizzazione con arguta espressività, segnalando la dimestichezza dell’autore con il linguaggio della grafica e dell’illustrazione. Sembra potersi cogliere in questa affinità di segno e di intenti l’eco delle favole della Pimpa di Altan, indimenticata interprete del fumetto per l’infanzia più lirico e sincero.

E’ un messaggio universale quello lanciato da Diatto, che non impone tuttavia una lettura univoca. Il suo codice artistico, lungi dal volere catturare la scena con un assolo, mette a disposizione dello spettatore una serie di riferimenti simbolici positivi, consentendo a ciascuno di individuare la propria sinfonia, seguendo la direzione cromatica e narrativa più congeniale. Questo dialogo continuo fra chi crea e chi guarda rimanda ad una dialettica intrinseca all’opera. L’entusiasmo pittorico decantato all’interno di una meditata griglia grafica celebra così l’incontro fra ragione e sentimento, costruendo le fondamenta sensibili di una “architettura dei sentimenti” che nulla concede a sovrabbondanze decorative, rispondendo esclusivamente ad un’urgenza interiore, schietta e profonda. Nessuna sovrastruttura e nessun orpello sono inseriti in un contesto appagato dall’equilibrio visivo ed espressivo, premio di uno studio paziente. Senza toni aulici o lezioni magistrali, scegliendo di toccare le corde della “poesia delle piccole cose”, l’autore dipinge l’anima del mondo e ci invita ad abbandonare atteggiamenti intellettualistici per ritrovare lo stupore del vero. Non è necessario andare su Marte o sulla Luna - sembra svelarci, ironico e giocoso: possiamo volare anche sulla Terra, se il nostro vocabolario va a scuola di speranza. Solo allora dalle nostre “mani fertili” sgorgheranno spremute di arcobaleno e suoni luminosi.

 

Elena Correggia, 2010

 

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