L’isola
di Paul
Se
scriverò di Diatto ricercandone ascendenze, affinità
e risonanze, non è per un gioco perverso, ancorchè
diffuso: la prassi ha una sua ragion d’essere, ché
un poeta non nasce nel deserto e guai a chi, culturalmente,
non ha padri; da amare o magari da contestare, ma sui quali
formarsi.
Il profilo di un artista poi, è sicuramente quello della
sua storia personale ma è anche quello della sua cultura
(e le due cose in buona misura corrispondono); ora, affrontando
questo ultimo aspetto, è evidente come Diatto abbia molti
e nobili referenti.
Conosce bene Felice Casorati, la cui lezione è certamente
all’origine del suo rigore, sorta di categoria a priori
etica non meno che estetica, che si traduce in calibrati equilibri
di raffinata chiarezza.
Poi ama certamente i Futuristi, soprattutto il Secondo Futurismo,
che tra l’altro ha una importante storia torinese e Fortunato
Depero con la sua fantasia insofferente alle regole.
Infine è affascinato da due generazioni di artisti pop,
che infrangendo da parte loro, tabù e conformismi, hanno
innovato con linguaggi spesso affabulatori le arti figurative
e hanno aperto strade ancora attuali; affine ad essi, è
attratto a sua volta dalle risorse comunicative dei “comics”,
della cartellonistica e della fotografia, su cui tempera il
proprio linguaggio; ma per il corretto profilo di un artista
così lontano da intenzioni d’arte polemica o di
negazione, è indispensabile un distinguo sul legame con
la pop-art, perchè oltretutto su di esso si giocano la
chiave di lettura del lavoro e l’originalità di
Diatto.
Infatti, volta la provocazione in proposta e respinto l’effetto
di choc, Claudio accentua quello di seduzione, legato al messaggio
non meno che al suo funzionale linguaggio; l’immagine
dell’immagine allora, assunto quasi costante degli artisti
pop, diviene immagine dell’immaginario, per un chiaro
interesse all’uomo ontologicamente piuttosto che storicamente
inteso e per il conseguente rifiuto della traduzione della verità
storica a favore della traduzione della verità interiore.
Ribaltata da parte mia ogni logica di lettura, delineando l’origine
del linguaggio diviene più chiara la mitografia, fatta
di situazioni e di personaggi ricchi di risonanze psicologiche,
e diviene più facile decifrare la metafora dei “ladri
di luna” o dell’ ”arcipelago del tempo”;
laddove il tempo non è storia tout-court ma storia personale,
teatro di sedimentazione di esperienze e di affetti, per cui
forme e colori definiscono uno spazio il cui orizzonte è
psicologico più che fisico.
Il suo naturale talento narrativo elabora così un repertorio
di immagini silenziose, venate di malinconia sottile, ma anche
di costruttivo ottimismo condotte con il pieno, quasi chagalliano
(ecco un altro padre!) piacere della libertà e del gioco:
libertà e gioco che la storia probabilmente vorrebbe
negare (da qui i “ladri di luna”, i “pifferai”
vecchi e nuovi di sempre), ma che l’uomo, nel momento
in cui rivendica la propria consapevolezza ontologica è
in grado di recuperare; nelle isole dell’”arcipelago
del tempo”, certo.
Non è forse l’unico luogo e non è l’unico
modo, ma è sicuramente modo di poeta, anzi d’artista:
per lui l’ “isola del tempo” può anche
essere l’ “isola di Paul”, due volte metafora
del buen retiro, maliziosamente ammiccante e colorita di quel
po’ di compiacimento autobiografico caratteristico di
chi è consapevole della profonda coerenza tra il proprio
vissuto e l’assunto poetico.
Enrico
Senia, 1996
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