Carmen
La
Carmen di Diatto è una bizzosa gitana vestita in rosso,
con i capelli scarmigliati al vento. E’ una donna di carta che sa scatenare forti passioni
nel petto di soldatini giocattolo, ma dal cuore sensibile.
Nella manifattura di sigari si aggira spavalda, tra le strutture
geometriche che ricordano le costruzioni in legno con cui
giocano i bambini.
Poichè rifacendosi all’immaginario dell’infanzia,
l’artista imbastisce volentieri non soltanto le sue
storie, ma anche drammi come Carmen di Bizet.
E allora la Siviglia degli anni ‘20 del secolo scorso
si uniforma ai modelli di Diatto: la fabbrica di sigari è
dunque una costruzione componibile dai colori forti e brillanti,
arricchita da enormi fiori carnosi che in quest’opera
sono garofani; le montagne ed i boschi dove Carmen si nasconde
con i contrabbandieri sono il giallo, il rosso e il blu; l’arena,
dove infine la ribelle spagnola perisce nell’ultima
sfida, si staglia sotto un cielo rosso sangue.
Quelle pensate dall’autore sono strutture mobili, scene
che permettono spostamenti e che ruotano favorendo mutamenti
e varie interpretazioni.
Forse però sono i personaggi a rivelare in maniera
determinante la sete di colore che il pittore manifesta.
Ogni costume è composto da strati policromi, addirittura
alcuni “tessuti” sono stati realizzati con la
tecnica della serigrafia.
Uno scialle, un’uniforme, un copricapo, nulla è
stato lasciato al caso e attraverso la scelta dei colori e
l’uso di carte pregiate, la forma diventa contenuto. Carmen rappresenta l’orgoglio dell’indipendenza
di donna, un poco selvaggia, preda degli istinti, mentre Don
Josè nella sua divisa rigida cerca di contenere anche
i sentimenti.
Il loro mondo si regge in bilico tra lecito ed illecito, tra
buon senso e struggente amore senza speranza.
Che forse batta un cuore, sotto questi cartoncini colorati?
Alessandra
Abbona, 1997 |